Berenice, Irish Red Ale

Con le Irish Red non ho avuto un buon inizio, casalingamente parlando. Birre senza troppe pretese, eleganti e beverine, si rendono degne compagne di grigliate. Come stile poi, ci si può concedere qualche variante che a livello di piccole realtà casalinghe possono risultare interessanti. Quando cambiai impianto e incominciai a produrre in casa mi venne perciò la malsana idea di fare una buona Irish Red. Tra i pochi riferimenti che la mia mente è in grado di fissare c’era la Kilkenny, certo non un mostro di complessità, ma quando qualcosa occupa un posto nel tuo cuore, si fa fatica ad essere obbiettivi. Ebbene, visto che un mio amico mi stuzzicava a riguardo, decisi che era tempo di accendere i fornelloni e produrre una buona Irish Red.

Versione 1

Berenice v.1

La prima versione fu deludente. Fermentai con un lievito mangrove e il risultato fu indecente, colpa sicuramente mia che non lo misi nelle condizioni migliori per poter lavorare. Secondo problema: la birra era chiara, troppo chiara; nella mia idea c’era un qualcosa di più scuro. Volendo dare un giudizio organolettico il più oggettivo possibile, dirò che quella broda altro non era che acqua sporca, arancione per la precisione. Un duro colpo, specie se incassato dopo l’immensa soddisfazione che mi aveva appena regalato la prima versione della Calipso.

Versione 2

Chi l’ha dura la vince, si dice. E perciò ci riprovai. Per alleggerire la giornata di cotta chiamai il mio amico a fare supporto morale e tecnico. Qui la video-cotta. Un grosso cambiamento fu iniziare ad utilizzare Beersmith per quanto riguardava la stesura delle ricette. Il software di prima, BrewMate (qui trovate una valida guida) mi stava dando troppe spiacevoli sorprese, non da ultima il colore della precedente Irish Red, che sulla carta doveva essere molto più scura. Il cambiamento più importante avvenne però a livello di ricetta.

 

La birra di per sé venne abbastanza bevibile, anche se esagerai con l’aggiunta di Crystal Light della Baird (che poi tanto light non è) e il sapore risultante fu caramello bruciato, troppo bruciato. Se non altro il colore era quello desiderato: rosso scuro. A complicare ulteriormente la questione ci si mise anche un’antipatica infezione che, non mi vergogno a dirlo, mi colse preparato. Sospettavo che ad un certo punto del processo qualcosa fosse andato storto e quando incominciai a vedere un’odiosa patina bianca sul collo delle bottiglie tutti i dubbi furono confermati. La birra inacidì e il lavandino gradì il tributo; ancora oggi reclama il paio di bottiglie conservate “per la scienza” in uno scaffale in cantina, quale non so dirlo con esattezza.

Berenice v.3

 

Versione 3

Perché sono una persona testarda ci ho riprovato una terza volta, e tre, si sa, è il numero fortunato. Sono soddisfatto? Sì, ma non del tutto. Il rincoglionimento precoce ha colpito durante la cotta facendomi scordare di inserire i fiocchi per poi ricordarmene, molto simpaticamente, solo a fine mash. Tuttavia la birra ha funzionato, l’Irish Ale ha lavorato egregiamente e tutto è filato relativamente liscio. Questo perché? Perché sono partito dall’inizio, con cognizione di causa e una volta stesa la prima bozza, come sa chi lavora in ambito editoriale, la si rivede e poi si contatta un bravo editor. Il mio editor è stato Matteo Selvi. Procediamo con ordine.

La ricetta

Tralasciando la prima versione (coleichenondeveesserenominata) per la seconda ricetta della Berenice avevo previsto ingenuamente tre cose: base, fiocchi, caramello. Maris Otter, Crystal Light alla bellezza del dieci percento, un tocco di fiocchi e pure, per complicare la situazione, caraaroma e carahell e qualcosina di chocolate. Ora, vista la percentuale complessiva di malti caramellati a dovere, mi sarei potuto risparmiare il chocolate. E avrei dovuto mangiare prima due o tre chicchi di quel crystal al dieci percento che è poi risultato tanto spiacevole in percentuale alta.

Siccome tra questa e la terza versione ero diventato più esperiente, avevo imparato che quando si scrive una ricetta bisogna farlo con cognizione di causa. Se non siete d’accordo vi consiglio di dare un’occhiata a questi link, per portarvi un piccolo esempio: [Link 1], [Link 2], [Link 3]. Solo tre, ma ce ne sarebbero molti altri.

Partii dal BJCP.

malto da basso a moderato, da cereale neutro o con leggere note di caramello-tostato-toffee

Benissimo, non avevo capito nulla: il caramello c’è, certamente, ma non è predominante, né l’unico attore. Bevendo una Irish Red chiunque lo capirebbe… a parte me, ovviamente. Quello che mi mancava era la beverinità. Senza stare a snoccialare punto per punto il BJCP, veniamo al dunque.

Pale Malt, un tocco di Bisquit, Crystal della Simpson, più chiaro, e uno più scuro, il tutto unito ad un nonnulla di carafa II special per aggiustare il colore che deve essere scuro (capito?), e con riflessi rubino. Che quadretto meraviglioso! I fiocchi dovevano donare velluto e bilanciare almeno in parte la waterosità della birra, peccato che in ammostamento non siano pervenuti. Questa versione è finita tutta in fusto.

Il risultato

Svuotati i fusti, posso pensare di essere, almeno in parte, obiettivo. Tenere sotto controllo i malti caramello, bilanciandoli e giocando magari con più torrefatto/meno torrefatto ha dato i propri frutti. Se non altro ho imparato dai miei errori.

La birra al naso risulta piacevolmente caramellata, con note che ricordano appunto caramello, biscotto croccante e una leggerissima frutta secca non meglio identificata.

Il colore è rosso scuro (l’ho già detto che la volevo bella scura?), nonostante ciò è bella limpida, segno che ho lavorato bene (lasciatemi lodare una volta tanto). La schiuma è persistente, da bravo romagnolo aggiungerei ignorantemente persistente, nonostante non abbia usato alcun tipo di fiocco, aspetto che sembrerebbe favorire in parte la tesi di Frank [link].

In bocca si presenta watery, spaventosamente beverina, con sapori di caramello, mou e un leggero biscotto.

Nel complesso una buona birra da bere ma che, anche per una Irish Red, non ha chissà quale esplosione di carattere. La base c’è, sarà nel mio interesse migliorarla e dargli la mia impronta, aspetto che distingue il birraio da un semplice produttore.

Iacopo Zannoni

Da sempre bevitore di birra, scopre quasi per gioco il mondo dell'homebrewing e ne rimane incantato. Paranoico, attivo e molto noioso, nella vita è attualmente un laureato in lettere con velleità editoriali. Nel tempo libero cerca di spacciarsi come macellaio.

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