Una visita da Birra Bellazzi

Sabato 1 Settembre, in compagnia dell’amico homebrewer Matteo Selvi, abbiamo fatto visita ai ragazzi di Birra Bellazzi a San Lazzaro di Savena, nel bolognese. L’occasione si è presentata per la cotta di una Hoppy Grisette del volume di circa 12 ettolitri per la vincita dell’Astral Beer grand prix 2018 da parte di Matteo. Il birrificio è stato molto gentile con il vincitore, dandogli praticamente carta bianca sulla ricetta. Da lì Matteo (già in precedenza amico dei birrai) ha potuto sfogare tutto il suo estro birraio.

Il birrificio

In una zona industriale facilmente raggiungibile dall’uscita della tangenziale, in un capannone grande e accogliente, nasce birra bellazzi. Il birrificio ha cinque anni di attività (“Presi bene dal 2013“), dapprima come beerfirm, poi con impianto in proprio. Le sale sono grandi, pensate per produrre senza avere limitazioni di spazio.

All’entrata si viene subito investiti dall’odore dei grani esausti in attesa di essere portati ad un allevatore locale, dal rumore del boiler per l’acqua calda e dal caotico arredamento fatto di bancali non verniciati e keg usati che fungono da sedie o portaombrelloni.  A una delle entrate, il magazzino immenso occupato dai ferri del mestiere: bottiglie, fusti vuoti e pieni, sacchi di malto e una cella frigorifera dove vengono conservati i luppoli in confezioni da far girare la testa ad un qualsiasi homebrewer.

Separato da quattro pareti funzionali, ma sempre all’interno del magazzino, si trova un ufficio scarno e ordinato sui cui muri si trovano adesivi basati su grafiche d’autore con le personificazioni delle birre che escono dal birrificio.

La grafica e le birre

Infatti, oltre alle birre molto valide (in cui traspare tutto l’amore e il tocco inconfondibile del birrificio), il punto di forza di questa attività è, a mio incompetente parere, la grafica. Birra bellazzi è come una grande famiglia di birre le cui rappresentazioni e i cui nomi (Jana, Jake…) riportano a quelle realtà americane di quartiere, ai rapporti basati sulla semplicità e sulla quotidianità che tanto hanno conquistato grandi e piccoli schermi nella cultura popolare.


E semplici e popolari sono le birre che i ragazzi producono, da bere ogni giorno, anche in quantità. Non stancano e non stuccano, risultano nel complesso equilibrate senza badare troppo alle piccole sottigliezze di linee guida sugli stili e quant’altro. Da qui si capisce lo slogan, goliardico e furbesco al tempo stesso, Sregolatezza senza genio.

La sala cottura

Quando tuttavia si tratta di sala cottura la bonarietà viene meno per lasciare il posto ad un impianto studiato nel dettaglio, comodo ed estremamente pratico durante il lavoro, anche in doppia cotta. “Abbiamo fatto fare delle modifiche per lavorare bene” mi spiega Ale, uno dei due ragazzi, mentre armeggia con il complicato quadro di controllo durante il filtraggio, aprendo e chiudendo valvole, scaldando un tino con acqua calda, prelevata da uno dei due contenitori. Al contrario del magazzino, in sala cotta c’è spazio in abbondanza per potersi muovere al meglio senza intoppi. La strumentazione essenziale è riposta sopra al lavandino, un rubinetto con attacchi rapidi è pronto per varie evenienze in un angolo… insomma tutto è pratico nella sua semplicità.

Il tocco personalissimo del birrificio torna però nei nomi dei fermentatori, che riportano alla cultura bolognese della zona, e nelle pareti, piene di dediche a pennarello di ragazzi che i due fondatori, Ale e Fede, hanno accolto nella quotidianità del birrificio. Presto, inoltre, arriveranno anche artisti di strada che si sfideranno in una competizione artistica sui muri del birrificio, decretando poi un vincitore.

Parlando più nello specifico, il vero e proprio cuore del magazzino è composto dal bellissimo blocco di cottura a tre tini, due serbatoi (uno per acqua fredda a 4 gradi, l’altro per la calda a 80), un impianto di filtrazione ad osmosi inversa, un lavandino, un tavolo di lavoro con mobiletto in acciaio a fianco, una ingombrante imbottigliatrice automatica all’avanguardia, una più vecchia manuale, un tino di priming, una pompa carrellata per i cicli di pulizia ed un lavafusti.

Il Bellazzi spaccio

Accanto al magazzino c’è l’ambiente più fruibile: la taproom. Uno spartano e caratteristico bancone a qualche via, un frigorifero pieno di birre takeaway, due tavolini alti e qualche sedia all’insegna della semplicità. Non potrebbero poi mancare i classici scaffali colmi di magliette del birrificio, libri sulla birrificazione e chi più ne ha più ne metta. È in questo ambiente che abbiamo passato gran parte della nostra giornata, bevendo birre homebrewed e alla spina, mangiando, chiacchierando e giocando a freccette. Sono poi arrivati amici, un paio di homebrewers e appassionati di birra della scena bolognese.

La giornata è trascorsa così piacevolmente che tutt’oggi sono dispiaciuto della mia scarsa partecipazione alle chiacchiere dovuta alla stanchezza accumulata nella stagione lavorativa al mare, che aveva fatto di me un cadavere. Ad ogni modo ringrazio i due birrai, Ale e Fede, per la simpatia, le spiegazioni e la convivialità con le quali ci hanno ospitato in casa loro, nella grande famiglia di Birra Bellazzi tra cibo, birrette di pregio, compagnia e ordinaria sregolatezza.

Cico regaz!

Iacopo Zannoni

Da sempre bevitore di birra, scopre quasi per gioco il mondo dell'homebrewing e ne rimane incantato. Paranoico, attivo e molto noioso, nella vita è attualmente un laureato in lettere con velleità editoriali. Nel tempo libero cerca di spacciarsi come macellaio.

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